Il vitigno che non doveva esistere
C’è un vitigno in Sardegna che per oltre un secolo ha vissuto con un nome che non gli appartiene. La chiamano Barbera Sarda, ma non ha nulla a che fare con la Barbera piemontese. Gli studi genetici moderni la collocano invece nel gruppo dei Bovale e del Muristellu, i vitigni rustici che da sempre crescono tra le rocce dell’isola. Un’identità confusa da un nome di comodo, appiccicato per una vaga somiglianza visiva.
La storia inizia nel 1889, quando il professor Sante Cettolini, enologo di Conegliano Veneto, arriva a Cagliari per dirigere la neonata Regia Scuola di Viticoltura ed Enologia. Cettolini si mette a girare per le campagne del Campidano, dell’Iglesiente, di Escalaplano. Annota tutto: foglie, grappoli, acidità. Trova questa vite che i contadini chiamano in tanti modi – Bovaleddu, Bovali mannu, Nera di Escalaplano – ma che lui, per comodità o per errore, battezza Barbera Sarda. Nel 1897 la varietà viene “raccomandata” per la diffusione nel territorio dell’isola, indicata come una “novità”.
L’ufficialità di un errore
Il nome diventa ufficiale solo nel 1971, quando la Barbera Sarda viene iscritta nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Ma resta un nome senza radici. Nei dizionari di campidanese non esiste una parola che si avvicini a “Barbera”. È un termine importato, appiccicato su un vitigno che invece è profondamente sardo.
Le analisi del DNA hanno svelato quello che i vecchi contadini forse già sapevano: si tratta di un vasto gruppo genetico derivato da un’unica varietà, di possibile origine da domesticazione di vite selvatica del centro Sardegna. Non un’importazione, non un clone continentale, ma qualcosa che nasce dalla terra stessa dell’isola.

I numeri del silenzio
Per decenni, la Barbera Sarda è stata l’operaia invisibile del vino sardo. Usata per dare corpo al Monica, colore al Cannonau, struttura ad altri vini più blasonati. Il suolo vitato a Barbera sarda nell’isola si aggira attorno ai 170 ettari situati principalmente nell’areale viticolo del territorio cagliaritano. Pochissimo, per un vitigno che avrebbe tutte le carte in regola per essere protagonista.
Il problema? Ha il difetto di avere un rendimento piuttosto basso. E in un’epoca in cui si guarda ai quintali per ettaro, questo è un peccato mortale. Ma è anche resistente alle malattie, si adatta ai terreni difficili, produce uve con un’acidità spiccata che in tempi di cambiamento climatico diventa un pregio, non un difetto.
Il risveglio
Qualcosa sta cambiando. Piccole cantine hanno iniziato a vinificare la Barbera Sarda in purezza, scoprendo che non è affatto l’uva da taglio che tutti credevano. Ha carattere, eleganza, una sapidità che parla del mare e della macchia mediterranea. Chi la lavora oggi nota che è un vitigno rustico, resistente e versatile, con una particolarità: la bassa fertilità garantisce una produzione ridotta senza necessità di diradamenti.

Fraponti: quando 500 bottiglie valgono più di 5000
A Quartu Sant’Elena, ai piedi del Parco dei Sette Fratelli, le Cantine Fraponti hanno fatto una scommessa. Hanno preso la Barbera Sarda e l’hanno trattata come merita: vendemmia manuale, selezione rigorosa, fermentazione in acciaio con 15 giorni di macerazione sulle bucce. Niente legno, per preservare quella freschezza che è la sua cifra stilistica.
Il risultato? Il Fraponti Barbera Sarda Isola dei Nuraghi IGT. Rubino intenso, quasi impenetrabile. Al naso more e lamponi maturi, pepe nero, cannella, sentori balsamici che raccontano il territorio. In bocca è elegante ed equilibrato, con tannini morbidi che non aggrediscono ma accompagnano.
La produzione? Circa 500 bottiglie. Una follia economica, direbbero molti. Ma è proprio questa la rivoluzione silenziosa della Barbera Sarda: dimostrare che non serve produrre tanto, ma produrre bene. Che un vitigno può essere raro e prezioso proprio perché difficile, proprio perché poco produttivo.
I 30 ettari di vigneto di Fraponti, a 300 metri sul livello del mare, beneficiano dei venti del Golfo che permettono una maturazione naturale senza forzature. È un’agricoltura che segue i ritmi della natura, non quelli del mercato. E forse è proprio questo che mancava alla Barbera Sarda: qualcuno che credesse in lei non come componente anonima di un blend, ma come protagonista.
Il futuro ha un nome antico
La Barbera Sarda sta vivendo la sua seconda vita. O forse la prima vera vita, dopo un secolo di equivoci. Non sarà mai un vitigno di massa, non riempirà gli scaffali dei supermercati. Ma per chi cerca l’autenticità, per chi vuole bere un pezzo di Sardegna vera, quella che non si piega alle mode e non si inventa storie, è una scoperta necessaria.
Se si potesse dare un nome in sardo a questa vite, forse lo si troverebbe tra le parole perdute nei solchi del Campidano. Un nome che parli della terra da cui nasce, non importata ma cresciuta nel cuore della sua gente.
Forse è ora di restituire a questo vitigno il suo vero nome, quello che i contadini di Escalaplano gli hanno sempre dato. Ma intanto, mentre aspettiamo che la burocrazia si adegui alla verità, possiamo iniziare a berla per quello che è: non una copia di qualcos’altro, ma un originale sardo. Raro, difficile, prezioso. Come le cose che vale la pena proteggere.
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