Arrivano quando la luna è ancora rossa, quando il mosto fermenta nei tini di pietra e l’aria sa di polpa schiacciata e terra bagnata.
Li senti prima che li vedi — un fremito tra i filari, un rumore sordo come passi ubriachi, poi il buio si muove.
Tre. Cinque. Forse di più. Musi bassi, setole irsute, occhi come brace spenta. Entrano nella vigna come padroni di casa, come se le radici fossero sempre state loro, come se il sangue dell’uva fosse sempre stato sangue di bosco.
Mangiano i grappoli col rispetto di chi conosce le cose buone — lenti, quasi solenni, le mascelle che lavorano nel silenzio mentre il vignaiolo dorme e non sa niente.
E il vino che nascerà da ciò che resta avrà qualcosa di selvatico, qualcosa che non si spiega in etichetta: il sapore di una notte in cui la vigna era di tutti, e nessuno la sorvegliava.
Arrivano i cinghiali. E la vendemmia cambia sapore.

