Girò
Il vitigno imposto per legge
Nel 1736 il viceré Marchese di Rivarolo rende obbligatoria, in alcune zone dell’isola, la coltivazione della vite. Chi non pianta rischia la confisca della terra.
È in questo clima — la vigna per decreto — che il Girò, arrivato in Sardegna con la dominazione spagnola nel Cinquecento, vive il suo momento migliore: nei primi decenni del Settecento sabaudo è già tra i vitigni di riferimento del Cagliaritano. Bacca nera, buccia spessa, un vino dal rosso rubino delicato, spesso lasciato dolce.
Molti studiosi lo imparentano con la Garnacha — la stessa famiglia che in Sardegna ha dato anche il Cannonau, ma qui con un’espressione tutta diversa: più sommessa, più fragile.
Poi, a fine Ottocento, arriva la fillossera. Chi deve reimpiantare sceglie varietà più produttive, più semplici da vendere. Il Girò resta ai margini, e da lì non si è più spostato: oggi vive su poche decine di ettari, quasi tutti nel sud dell’isola, sconosciuto ai più — persino ai sardi.
Nella nostra Pintadera lo vinifichiamo in purezza: cento per cento Girò, prima annata. Non è un caso che sia nato rosato — quest’uva ha naturalmente pochi antociani, non va forzata né schiarita per arrivare a quel colore. È quasi più difficile farla scura. Non un vitigno da spalla, non un accento in un blend: da solo, come merita chi da un secolo lavora quasi sempre in ombra.
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